Massimo Donà
Venerdì 15 maggio 2026, presso il Teatro Comunale Vittorio Emmanuele di Benevento, si è svolta la cerimonia di premiazione del concorso “Io Filosofa/o”, promosso nell'ambito del 12° Festival Filosofico del Sannio dall'Associazione culturale filosofica “Stregati da Sophia” in collaborazione con l'Università degli Studi del Sannio. Durante l'evento sono state assegnate tredici borse di studio a studentesse e studenti provenienti da licei e istituti superiori della provincia di Benevento, selezionati tra circa settanta partecipanti che avevano sostenuto la prova il 28 aprile 2026 presso il complesso universitario di Sant'Agostino.
I concorrenti hanno realizzato saggi brevi ispirati ai temi affrontati nelle lectio magistralis del Festival, distinguendosi per spirito critico, riflessioni personali e capacità di approfondire il significato della bellezza. La commissione esaminatrice, composta da docenti universitarie e rappresentanti istituzionali, ha selezionato i migliori elaborati, premiati grazie al contributo dell'Università del Sannio e di numerosi enti e sponsor del territorio.
La cerimonia ha visto i saluti istituzionali del Prefetto di Benevento, della Rettrice dell'Università del Sannio e dell'Assessora alla Cultura del Comune di Benevento. Momento centrale dell'iniziativa è stata la lectio magistralis del filosofo Massimo Donà dal titolo “Bellezza e conoscenza da Platone a René Magritte”, introdotta e coordinata dalla prof.ssa Carmela D'Aronzo. L'evento è stato arricchito dagli interventi musicali del gruppo jazz del Conservatorio “Nicola Sala” di Benevento.
Venerdì 15 maggio 2026, per celebrare i 150 anni dalla nascita di Filippo Tommaso Marinetti, il prof. Massimo Donà ha operato, nella sua lectio, una riflessione e un'analisi sul pensiero e le opere di Filippo Tommaso Marinetti. Come per Platone l'artista isola le cose, rendendole libere e dunque indipendenti dal contesto di appartenenza e sottraendole all'ordine del significato, così per Marinetti l'opera e le “cose” in essa rappresentate vanno consegnate a un “movimento puro”, ugualmente sottratto a ogni forma di significazione e dunque di conoscibilità, se non altro per non assoggettarlo ai fini e alle cause che, soli, possono renderlo utile “per noi”. Da qui un uso esasperato dell'onomatopea e di parole del tutto isolate: un movimento senza cause né fini, capace di restituire finanche il semplice “rumore” della vita, sorprendentemente analogo a quello delle macchine. Anche la rivoluzione futurista, insomma, punta a far emergere dal cuore di ogni cosa il penetrante sibilo dell'esistere, quel “puro esserci”, quel puro rumore che, solo, sembra in grado di costringere la vuota utilitas a farsi da parte, consentendo a tutti noi di procedere assecondando un ritmo finalmente libero da astratte e nomotetiche teleologie.