Filosofia e moda

La moda è uno degli aspetti della società contemporanea apparentemente più effimeri e meno adatti alla riflessione teoretica. In realtà il fenomeno della moda nasconde ben altri aspetti. Dove esiste una società complessa, a partire, ad esempio da quella egizia che offre esempi di alta eleganza, esiste la moda perché accompagna il nostro inserimento in società. La moda non è solo apparenza, non è solo mercato, ma vestendo l’uomo lo inserisce in una determinata epoca storica e in un determinato ordine o classe sociale. In più la moda è un modus attraverso il quale l’uomo manifesta se stesso. La moda, come l’arte, esprime l’umanità nei suoi bisogni e nella sua natura. Il fenomeno della moda ha in sé, quindi, una valenza di tipo convenzionale ed una di tipo simbolico, il che ne fa emergere una fondamentale oscillazione ed un costitutivo carattere ambiguo. La moda può costituire, allo stesso tempo, un momento di emancipazione e differenziazione, ma anche un ulteriore anello della pressoché infinita catena di omologazione tipica dell’età postmoderna e contemporanea. In tutti i contesti e in tutte le società, gli abiti che vengono indossati dai loro componenti hanno almeno tre funzioni, al contempo implicite ed esplicite: funzionale/utilitaria, estetica e simbolica di un ruolo sociale. Sempre a livello generale, si può dire che le motivazioni tanto della donna quanto dell’uomo di fronte alla moda risultano contraddittorie, poiché oscillano tra motivazioni narcisistiche, cura di sé e, quindi, autocompiacimento individualistico, e spinte verso la socializzazione, allo scopo di far parte, direttamente o indirettamente, di un gruppo. Georg Simmel, in un suo saggio del 1998 intitolato “La moda”, riparte dalla nozione di mondo come sistema attraversato e dominato da forze contrapposte. «Tutta la storia della società si svolge nella lotta, nel compromesso, nelle conciliazioni lentamente conquistate e rapidamente perdute che intervengono fra la fusione con il nostro gruppo e il distinguersene individualmente». Anche la moda va considerata all’interno di questo dualismo. In essa convivono unione e separazione, conformismo e separatismo, imitazione e differenziazione. La moda, però, ha in sé anche il marchio dell’artisticità, nella misura in cui dell’arte riprende l’unicità, l’originalità delle realizzazioni, nonché la creatività a livello di ideazione e di produzione. Inoltre, come ha scritto Baudelaire, «per quanto si possa amare la bellezza generale, espressa dai poeti e dagli artisti classici, non per questo si ha ragione di trascurare la bellezza particolare, la bellezza di circostanza e il tocco di costume». Gillo Dorfles è tuttavia critico riguardo al fatto che si «potrebbero risfoderare antiche teorie come quella secondo cui l’uomo, sin dall’antichità più remota, ha curato il suo abbigliamento come uno dei più importanti elementi simbolici della propria condizione sociale», in quanto una risposta di questo tipo cozzerebbe con il nuovo assetto sociale, nel quale le distinzioni nette tra categorie, classi, professioni, arti, ecc., sono in parte decadute. La risposta va allora cercata riflettendo sul fatto che «la Moda non è solo un fenomeno frivolo, epidermico, salottiero, ma è lo specchio del costume, dell’atteggiamento psicologico dell’individuo, della professione, dell’indirizzo politico, del gusto…». Il fenomeno della moda costituisce uno dei possibili ambiti all’interno dei quali verificare la capillarità e pervasività del processo di estetizzazione diffusa tipica del tempo presente. A ciò si aggiunge poi la dinamica innegabile che vede il bisogno di bellezza progressivamente aumentare, probabilmente, dal momento in cui esso non è stato più soddisfatto dall’arte, e tende ora a configurarsi come una sovrastruttura prodotta dai nuovi modelli sociali di comportamento, orientata verso l’accettazione di se stessi da parte degli altri membri della comunità. Essere belli diventa funzionale al riconoscimento che l’individuo riceve dagli altri: si è riconosciuti sulla base del dato apparente, sulla base di un giudizio primariamente e, talvolta, esclusivamente estetico. Essere riconosciuti nella propria bellezza può voler dire, oltre che avere una particolare cura di sé (aspetto, questo, che ulteriormente avvalora la tesi di una progressiva estetizzazione della società e di una parallela socializzazione dell’estetica), riporre una particolare attenzione all’abbigliamento, seguendo le indicazioni dell’“ultima moda”. Essere all’“ultima moda” finisce con il diventare una preliminare garanzia di prossima ed imminente accettazione sociale. Non si può negare il fatto che il fenomeno dell’abbigliamento è strettamente connesso a dimensioni molto profonde del nostro carattere, della nostra personalità e del nostro stare al mondo. La moda costituisce un problema tutt’altro che frivolo, perché affonda le sue radici nella religione, nella politica, nell’arte. Interessarsi ai problemi della moda, perciò, anche a prescindere dagli aspetti. Il fenomeno della moda, nel corso del tempo, ha attratto su di sé un sempre maggiore interesse teorico, primo fra tutti quello relativo al suo ruolo sociale. Una tale attenzione «aiuta a relativizzare l’enfasi con cui vengono considerate alcune manifestazioni particolarmente eclatanti del fenomeno moda, che poi finiscono per essere le uniche che guadagnano la ribalta del discorso pubblico, e contribuiscono a creare intorno alla moda quell’aura di frivolezza, eccentricità, esclusività, che impedisce di valutare il fenomeno in tutta la sua complessità. Per quel che riguarda il rapporto tra moda ed estetica, si potrebbe dire che esso sia intimo, costitutivo e storico. Ed è in effetti così. Una volta svincolatasi dall’esclusiva funzione di copertura del corpo, la scelta dell’abbigliamento più bello e più attraente, quindi la moda, intesa come ricercatezza estetica, come manifestazione visibile e pubblica di un (più o meno personale) buon gusto, non può che essere considerata come direttamente connessa alla dimensione estetica, all’ambito del bello.