Filosofia e cucina

La filosofia ha da sempre inteso il cibo sia come bisogno primario del corpo, sia come metafora di ciò che nutre l’umano, ma la separazione tra corpo e ragione ha relegato in secondo piano tutti quegli aspetti della vita umana legati alla corporeità in forza di una “gerarchia del sensibile”: i sensi “nobili” privilegiati dal canone filosofico occidentale sono vista ed udito, strettamente collegati al pensiero a scapito dei sensi cosiddetti “inferiori”, quelli fisici, di prossimità, che riguardano il corpo, definiti da Platone “adulatori” perché forniscono piaceri meno importanti. Per Ludwig Feuerbach, ad esempio, con Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia, rivendica il valore del materialismo contro l’idealismo allora dominante, affermando che noi coincidiamo precisamente con ciò che ingeriamo… Forse questa coincidenza tra essere e mangiare potrà sembrare un po’ eccessiva, ma è innegabile il fatto che, se siamo, è perché mangiamo. Un antico adagio dice che non si può pensare con la pancia vuota: e Aristotele stesso ci ricorda, nella Metafisica (982 b 21), che la filosofia nasce quando l’uomo ha risolto i suoi bisogni primari. La nostra è di nuovo un’epoca di grande valorizzazione del cibo la cui importanza è esplosa perché ci si è resi conto che senza cibo non c’è vita e senza vita non c’è neppure filosofia.